Corso di comunicazione. Note a margine sul conflitto.

Generalmente si pensa la conflitto come ad una situazione negativa, che andrebbe sostanzialmente prevenuta o evitata.

E se invece si scoprisse che tale circostanza, attualmente, visto il funzionamento dell’uomo, sia impossibile?

E se invece si scoprisse che questo sia addirittura la condizione naturale di ogni uomo, anzi, di più che sia la condizione di sanità, auspicabile per tutti noi?

Certo è un po’ difficile pensare che il conflitto sia davvero tutto ciò. Eppure facciamo una prova, proviamo a pensare ad un individuo, ipotetico, che non abbia mai nessun dubbio, con idee e convinzioni talmente salde da farlo sentire sicurissimo di sé stesso e sempre dalla parte della ragione. Un tale individuo, tralasciando la possibilità di una sua reale esistenza, spaventerebbe non poco.

Ecco, tanto per cominciare quando si parla di conflitto si deve esplicitare che il conflitto non è una dimensione da cui l’uomo si può immunizzare. Il problema non è tanto il conflitto quanto la sua assenza o la sua esasperazione. L’assenza di conflitto tra le persone non è una situazione possibile, la stessa pace, la vera pace non è mai pacifica, ma un processo faticoso di mediazione tra le proprie convinzioni e quelle altrui. Più evidente è l’esasperazione del conflitto, la guerra, che si può scatenare nel soggetto, nei suoi pensieri e nelle sue emozioni, nelle coppie che spesso si fronteggiano in maniera feroce, a lavoro con un collega o gruppi di colleghi, gli uni contro gli altri.

Ecco forse il conflitto, o la dimensione conflittuale, non è né buona né cattiva, aggettivi questi invece adatti a descrive la nostra capacità di gestire i conflitti, interni od esterni che sia. Sembrerebbe proprio che il conflitto sia una sorte di destino, di situazione a cui nessuno può sottrarsi.

Il filosofo padovano Umberto Curi, negli ultimi anno ha riletto e posto nuovamente sotto la luce il mito greco della genesi dell’uomo, un mito che suggerisce l’impossibilità di sfuggire dalla dimensione del conflitto. Nel dialogo platonico del Protagora si narra del modo in cui furono distribuite tutte le qualità agli esseri viventi. Di tale compito furono incaricati i due progenitori dell’essere umano: Epimeteo (colui che vede dopo) e Prometeo (colui che vede prima).

Epimeteo distribuì tutte le qualità a tutti gli esseri: velocità, forza, artigli e zanne, pelli e pellicce,… senza però considerare l’uomo, che rimase totalmente indifeso, senza nessuna capacità o strumento per poter sopravvivere alla natura e agli altri animali. Prometeo, per ovviare al danno causato dal fratello rubò ad Atena il sapere tecnico, e a Efesto il fuoco, affinché l’uomo potesse difendersi dai vari attacchi e dalle varie minacce provenienti dalla natura. Nonostante ciò, però, la sua condizione solitaria esponeva ancora l’uomo al rischio di estinzione. Inoltre ogni tentativo di raggrupparsi, per potersi organizzare socialmente, aveva un esito infausto, gli uomini litigavano tra di loro a tal punto da farli nuovamente sparpagliare, mettendoli di fronte alla condizione di una vita, pericolosamente isolata. Il fuoco e la tecnica erano insufficienti, tanto che per evitare l’estinzione del genere umano, dovette intervenire Zeus, che donò all’uomo, a tutti, nessuno escluso, pudore e giustizia.

Il mito mette in evidenzia come la situazione di conflitto sia perenne, prima nei confronti della natura, a cui si ovvia mediante il fuoco e il sapere tecnico. Dono prezioso se consideriamo le conquiste che le scienze ogni giorno ci propongono. Ma tale dono è del tutto insufficiente a garantire la sopravvivenza della specie, altri sono i conflitti che l’uomo dovrà dominare se vorrà proseguire la sua vita nel tempo e nelle generazioni. Nulla assicura il fuoco e la tecnica senza la capacità di gestione del conflitto tra gli stessi uomini; anzi potremmo dire che il più grande ostacolo alla sopravvivenza, non sia tanto la situazione di conflitto con la natura, quanto quella tra gli uomini e di come questa emerga, per necessità, quando l’uomo tenta di stabilire un patto sociale con gli altri individui. Tentativo vano, senza il dono della giustizia e del pudore, dell’arte politica e di gestione del conflitto.

Il mito può apparire come una favola e può anche giustamente lasciare il tempo che trova, nonostante ciò è importante evidenziare come il conflitto nell’uomo e tra gli uomini tragga le sue origini, affondi le sue radici, nel tentativo di stabilire un patto sociale, un patto di gruppo.

Ed è il gruppo il luogo, il teatro, in cui prende scena la gestione di tale dimensione. Una prima indicazione o un primo suggerimento ad ogni riflessione sul conflitto è quella di “…prendere sul serio il gruppo…” che “…equivale a prendere sul serio il  sociale. Questo a sua volta significa prendere sul serio le relazioni sociali, la qual cosa non può essere separata dal potere e dunque dalle relazioni politiche. Di conseguenza, prendere sul serio il gruppo equivale sempre a prendere sul serio il politico…”.

Per politico, qui, non si vuole intendere il significato ristretto di questo termine, la politica delle istituzioni e delle cose che riguardano un insieme di cittadini. Per politico qui, dobbiamo intendere ogni tipo di comportamento che un individuo fa nella sfera delle sue relazioni interpersonali, che siano familiari, amicali o lavorative, poiché ogni comportamento è un comportamento di relazione, sociale, ma anche politico, ovvero di mediazione e di gestione del conflitto, e del potere che ognuno di noi, seppur anche in minima parte, esercita quotidianamente nelle relazioni.

Dove impariamo allora questa cosa? Ovviamente dobbiamo partire da quella dimensione che ci accomuna tutti quanti, la condizione di figli e quindi da quel gruppo che per primo sperimentiamo, paradossalmente già prima del concepimento: la famiglia. E in questo gruppo che lentamente impariamo tutte le norme implicite e culturalmente determinate delle relazioni. Poi il soggetto sperimenterà le sue capacità, al nido di infanzia, alla scuola materna, nelle varie scuole fino all’università. Il modo in cui gestiamo i conflitti è un metodo implicito e automatico, che deriva dalle nostre esperienze relazionali e dalla nostra indole caratteriale.

Abbiamo legato il conflitto al tema della relazione sociale e della gruppalità, ma se andiamo ancora un poco più a fondo della questione potremmo domandarci per quale motivo le relazioni, con se sé o con gli altri, non risultano essere semplici e non possano scorrere “lisce come l’olio”. La relazione purtroppo, che sia poco o molto, è sempre una relazione di potere, del potere che un soggetto esercita su un altro, e del potere che questo ultimo subisce.

È il potere ciò che nasce nella relazione ed solo nella gestione di questo che è possibile gestire il conflitto.

Anche in questo caso dobbiamo essere chiari. Anche il potere non è ne buono ne cattivo.